§ <130> Italia reale e Italia legale
Ripreso in Q. 19 (X)
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.La formula escogitata dai clericali dopo il 70
per indicare il disagio politico nazionale: contraddizione tra Italia legale
e Italia reale. A Torino uscì fino a qualche anno avanti la guerra un
quotidiano (poi settimanale) «L’Italia reale», diretto dall’avv. Scala e
organo del più nero clericalismo. Come sorse la formula, da chi fu escogitata
e quale giustificazione teorico-politico-morale nel fu data? Occorre farne la
ricerca («Civiltà Cattolica», primi numeri della stessa «Italia reale» di
Torino ecc.). Essa in generale è felice, perché esisteva un distacco netto
tra lo Stato (legalità) e la società civile (realtà), ma questa
società civile era tutta e solamente nel «clericalismo»? Intanto questa
stessa società civile era qualcosa di informe e caotico e tale rimase per
molti decenni; quindi fu possibile allo Stato
dominarla, superando volta a volta le contraddizioni che si presentavano in
forma sporadica, localistica, senza nesso nazionale. Il clericalismo non era
dunque neanche esso l’espressione di questa società civile, perché non riuscì
ad organizzarla nazionalmente, quantunque esso fosse una forte e compatta
(formalmente) organizzazione nazionale. Intanto questa organizzazione non era
politicamente omogenea ed aveva paura delle stesse masse che dominava in un
certo senso. La formula del «non expedit» fu l’espressione di questa paura ed
incertezza; il boicottaggio parlamentare, che si presentava come un
atteggiamento aspramente intransigente, era in realtà espressione del più
piatto opportunismo. L’esperienza politica, specialmente francese, aveva
dimostrato che il suffragio universale e il plebiscito a base larghissima
poteva essere un apparato favorevolissimo alle tendenze reazionarie clericali
(vedi a questo proposito le ingenue osservazioni di Jacques Bainville nella
sua Storia della Francia che
implicitamente rimprovera al legittimismo di non avere avuto fiducia nel
suffragio universale, come invece aveva fatto Napoleone III); ma il
clericalismo sentiva di non essere l’espressione reale della «società civile»
italiana e che un successo sarebbe stato effimero e avrebbe determinato
l’attacco frontale delle forze nuove evitato nel 1870. Esperienza del
suffragio allargato nel 1882 e reazione crispina. Tuttavia l’atteggiamento
clericale di mantenere statico il
dissidio tra Stato e società civile era obbiettivamente «sovversivo» e una
nuova organizzazione espressa dalle forze maturanti in questa società poteva
giovarsene come campo di manovra per attaccare lo Stato; perciò la reazione
statale nel 98 abbatté insieme e socialismo e clericalismo, giudicandoli
giustamente ugualmente «sovversivi» e obbiettivamente alleati. Di ciò si
accorse anche il Vaticano, e quindi da questo momento inizia la sua nuova
politica, l’abbandono reale del «non expedit» anche nel campo parlamentare
(il comune era tradizionalmente considerato società civile e non Stato). Ciò permette l’introduzione del
suffragio universale, il patto Gentiloni e quindi la fondazione del Partito
Popolare nel 1919. La quistione permane (di Italia reale e legale) ma su un
piano più elevato politico e storico, e perciò episodi del 24-26 fino a
soppressione di tutti i partiti, con l’affermazione di una raggiunta identità
tra reale e legale, perché la
«società civile» in tutte le sue forme dominata da una sola organizzazione
statale – di partito. |
Come il vecchio diventa il nuovo e il reazionario progressista. L’antitesi tra paese legale e paese reale, dimentica delle proprie origini in un sottoscala del «più nero clericalismo» torna a fare la parte del leone nei dibattiti degli anni 80 del secolo scorso. Le fa da spalla un’altra novità qui citata, la società civile. A riesumarne le salme, l’autoproclamata parte più dinamica della borghesia nazionale (Il Sole 24 ore, per capirci) che, sempre a caccia di novità, stavolta crede di averle trovate nei fondi del pitale di Pio IX. La cosa piacque pure a sinistra, e contribuì allo smantellamento della prima repubblica, con il determinante aiuto di una magistratura tanto giacobina, quanto del tutto non abilitata al compito di tranciare in modo definitivo il nodo tra il potere esecutivo, la malavita e i padroni del vapore, che aveva prosperato già nell’Italia liberale postunitaria, si era ingrassato durante il fascismo e non aveva temperato gli appetiti né nell’era democristiana, né oggi. |
Quel compito toccava – per quanto sembri un paradosso – alla politica stessa, spro-nata da una opinione pubblica ben orien-tata dai media. Ma non andò così. La scelta dei sapienti politologi di
allora (dei quali qualcuno, incurante del catetere, è ancora sulla breccia,
mentre quelli che hanno avuto il buongusto di morire, l’hanno compensato con
quello cattivo di cedere il posto a eredi di sangue o di pensiero) fu quello
di scatenare quella che oggi sembra la bestia nera: l’antipolitica. Si ricordino i sotterfugi proposti allora, dalla
Repubblica Presidenziale al maggioritario secco, poi realizzati in forma
ibrida, per dar contro alla cosiddetta partitocrazia
(ma ci fu anche un referendum idiota per abolire il voto di preferenza –
forse su suggerimento di qualche geniale PM – che doveva rafforzare la testa
del pesce marcescente). Non si era pensato (malgrado la previdenza
dei Costituenti) che l’unico strumento a oggi inventato per mediare tra paese
reale e paese legale è proprio quello dei partiti politici. Eliminati quelli,
ci si rivolge ai lobbisti, ai guappi e agli uomini d’onore. |
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