1.131 Bainville e il suffragio universale in Francia

§ <131> Bainville e il suffragio universale in Francia

Ripreso in Q. 13 (XXX)

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L’affermazione di Bainville sul suffragio universale che poteva (e potrebbe servire) anche al legittimismo come servì a Napoleone III, è ingenua, perché basata su un ingenuo e astrattamente scemo sociologismo. Il suffragio universale è considerato come uno schema sociologico, astratto dal tempo e dallo spazio. Nella realtà della storia francese ci sono stati diversi «suffragi universali» secondo che mutarono storicamente i rapporti economico-politici. Le crisi del «suffragio universale» in Francia sono determinate dai rapporti tra Parigi e la provincia. Parigi vuole il suffragio universale nel 48, ma esso esprime un Parlamento reazionario-clericale che permette a Napoleone III di fare la sua carriera. Nel 71 Parigi ha fatto un gran passo in avanti perché si ribella all’Assemblea nazionale formata dal suffragio universale, cioè implicitamente Parigi «capisce» che tra progresso e suffragio universale «può» esserci conflitto, ma questa esperienza storica, di valore inestimabile, è perduta immediatamente, perché i portatori di essa vengono fisicamente soppressi: non c’è sviluppo normale quindi. Il suffragio universale e la democrazia coincidono sempre più con l’affermarsi del partito radicale francese e la lotta anticlericale: Parigi perde la sua unità rivoluzionaria (il sindacalismo è l’espressione di questo stato di cose: l’astensionismo elettorale e l’economismo puro sono l’apparenza «intransigente» di questa abdicazione di Parigi al suo ruolo di testa rivoluzionaria della Francia, sono cioè anch’essi piatto opportunismo, il postumo del salasso del 1871) e la sua «democrazia» [rivoluzionaria] si scinde in classi: piccolo borghesi radicali e operai di fabbrica formalmente intransigenti, in realtà legati al radicalismo-socialismo che unifica su un piano intermedio città e campagna. Dopo la guerra riprende lo sviluppo, ma esso {è} ancora incerto.

La nota pone due questioni ancora attuali, la prima è quella del rapporto tra zone più o meno sviluppate, sia  economicamente che dal punto di vista economico e culturale di uno stesso Paese.

Per l’Italia repubblicana si possono distinguere tre grandi fasi.

Vento del Nord e Vento del Sud. Subito dopo la Liberazione, il Paese resta spaccato in due, al nord c’è l’Italia della Resistenza e della lotta, al sud quella cresciuta sul compromesso del governo Badoglio, con i suoi traffici, l’arte di arrangiarsi, la continuità fascista nelle istituzioni e nelle burocrazie.


 

Ciò si riflette in maniera speculare nelle elezioni per la Costituente, nel referendum istituzionale e nelle elezioni del 48.  Anche nel periodo della Ricostruzione, fino e oltre il boom, il paese resta diviso. appaiono determinanti due fattori, il modo di produzione e i livelli di lotta di classe.

Il nord si industrializza rapidamente e nelle campagne i braccianti hanno lunghe tradizioni di lotta e sindacalizzazione, mentre al sud c’è l’assenteismo padronale nei latifondi e continua l’economia postunitaria basata su un pubblico impiego a cui si accede per clientela. La terza fase è quella attuale, transitata dal declino della grande impresa a favore della piccola e media (che riflette una ristrutturazione della divisione internazionale del lavoro) con finanziarizzazione e internalizzazione dei capitali disoccupati.

Il secondo problema, qui solo adombrato, è quello della prevalenza degli interessi locali nella politica nazionale. Qui, e lo aveva già dimostrato l’Italia di Crispi e Giolitti, il fulcro del malaffare è un sistema elettorale maggioritario, dove l’eletto deve rendere conto alla circoscrizione.

 [1] Jacques Bainville, «Histoire de France» in Heur et malheur des Français, 1924

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