1.127 La quistione dei giovani

 § <127> La quistione dei giovani

 

 

 

 

 

 

 

 

Esistono molte «quistioni» dei giovani. Due mi sembrano specialmente importanti: 1°) La generazione «anziana» compie sempre l’educazione dei «giovani»; ci sarà conflitto, discordia ecc, ma si tratta di fenomeni superficiali, inerenti a ogni opera educativa e di raffrenamento, almeno che non si tratti di interferenze di classe, cioè i «giovani» (o una parte cospicua di essi) della classe dirigente (intesa nel senso più largo, non solo economico, ma politico-morale) si ribellano e passano alla classe progressiva che è diventata storicamente capace di prendere il potere: ma in questo caso di tratta di «giovani» di una classe che dalla direzione degli «anziani» di una classe passano alla direzione degli «anziani» di un’altra classe: in ogni caso rimane la subordinazione reale dei «giovani» agli «anziani» come generazione, pur con le differenze di temperamento e di vivacità su ricordate; 2°) Quando il fenomeno assume un carattere cosiddetto «nazionale», cioè non appare apertamente l’interferenza di classe, allora la quistione si complica e diventa caotica. I «giovani» sono in istato di ribellione permanente, perché persistono le cause profonde di essa, senza che ne sia permessa l’analisi, la critica e il superamento (non concettuale e astratto, ma storico e reale); gli «anziani» dominano di fatto, ma… «après moi le déluge», non riescono a educare i giovani, a prepararli alla successione. Perché? Ciò significa che esistono tutte le condizioni perché gli «anziani» di un’altra classe debbano dirigere questi giovani, senza che possano farlo per ragioni estrinseche di compressione politico-militare. La lotta, di cui sono soffocate le espressioni esterne normali, si attacca come una cancrena dissolvente alla struttura della vecchia classe, debilitandola e imputridendola: assume forme morbose, di misticismo, di sensualismo, di indifferenza morale, di degenerazioni patologiche psichiche e fisiche ecc. La vecchia struttura non contiene e non riesce a dare soddisfazione alle esigenze nuove: la disoccupazione permanente o semipermanente dei così detti intellettuali è uno dei fenomeni tipici di questa insufficienza, che assume carattere aspro per i più giovani, in quanto non lascia «orizzonti aperti». D’altronde questa situazione porta ai «quadri chiusi» di carattere feudale-militare, cioè inacerbisce essa stessa i problemi che non sa risolvere.

Una vecchia e eterna questione: i giovani, dei quali di norma, si lagna la generazione dei padri, proprio da questi sono stati educati e tale educazione ha forma sociale.

Da sempre le giovani generazioni borghesi hanno manifestato una transitoria fase di ribellione alle regole, in varie forme, più o meno serie: la partecipazione ai moti risorgimentali, l’interventismo e poi il diciannovismo, fino al fascismo, ma anche la goliardia e l’addio al tabarin, i beat, gli hippy e tutti gli altri movimenti-mode.

Benché viziati da un sostrato romantico e destinati a sistematica abiura, quei fermenti hanno radice in un sincero fastidio e rifiuto della morale corrente, che riflette i rapporti tra le classi.

Se non affrontano il fulcro del problema, cioè il dominio di classe, gli atteggiamenti ribelli dei giovani sono votati a un inevitabile reflusso, spacciato per saggia maturazione.

Raramente il rifiuto del padre esce da una dimensione edipica e si

 

riduce, quindi, a necessaria premessa per l’assunzione delle norme apparentemente rifiutate. La questione cambierebbe del tutto aspetto se il rifiuto del padre, in quanto borghese, si traducesse in azione coerente attraverso la quale farsi adottare da un’altra classe. Storicamente ci sono state delle occasioni perché ciò avvenisse. In Italia ci sono state due occasioni mancate, la Resistenza e il Movimento del 68.  La prima non maturò i suoi frutti perché l’identità lotta al fascismo = lotta al capitale – chiarissima nell’elaborazione della III Internazionale, si mutò presto in lotta al fascismo per la democrazia in chiave strategica e non tattica. In questo senso la Svolta di Salerno va intesa come una svolta ideologica e non  solo politica. Quanto al 68, bisogna ricordare che la borghesia si attivò subito per proporre una propria egemonia all’interno del movimento. Accanto al 68 dei bisogni, che saldava le sue istanze a quelle della classe operaia, si manifestò, infatti, un 68 dei desideri che malcelava la sua matrice borghese e replicava la parabola di tutte le cosiddette avanguardie del XIX e XX secolo. A ciò doveva aggiungersi un PCI tanto pachidermico quanto poco disponibile a cambiare lo stato presente delle cose. C’è da aggiungere che proprio quel 68 dei desideri, guardato in tralce sia dal PCI sia da molti movimenti extraparlamentari perché confliggente con la morale operaia, alla fine risultò vincente e i suoi portati sono diventati la base culturale di gran parte della sinistra postcomunista, nella sua attuale veste radical. Come ricorda Brecht, al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico.

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