§ <119> La demagogia
1 Le osservazioni fatte sulla deficienza di
direzione politico-militare nel Risorgimento potrebbero essere ribattute con
un argomento molto comune e molto frusto: «quegli uomini non furono
demagoghi, non fecero della demagogia». Bisogna intendersi sulla parola e sul
concetto di demagogia. Quegli uomini effettivamente non seppero guidare il
popolo, non seppero destarne l’entusiasmo e la passione, se si intende
demagogia nel suo significato primordiale. Ma essi raggiunsero il fine che si
proponevano? Bisogna vedere: essi si proponevano di [creare] lo Stato moderno
in Italia e non ci riuscirono, si proponevano di creare una classe dirigente
diffusa ed energica e non ci riuscirono, di avvicinare il popolo allo Stato e
non ci riuscirono. La meschina vita politica dal 70 al 900, il ribellismo
elementare [ed endemico] delle classi popolari, la creazione stentata e
meschina di un ceto dirigente scettico e poltrone sono la conseguenza di
quella deficienza, In realtà poi gli uomini del Risorgimento furono dei
grandissimi demagoghi: essi fecero del popolo-nazione uno strumento,
degradandolo, e in ciò consiste la massima demagogia, nel senso peggiorativo
che la parola ha assunto in bocca dei partiti di destra, in polemica coi
partiti di sinistra, sebbene siano i partiti di destra ad aver sempre
esercitato la peggiore demagogia. La demagogia
mancò nel suo primitivo senso etimologico (demos = popopolo, aghein = trascinare). Per questa incapacità il Risorgimento non fu un movimento popolare. Ma nel suo senso
attuale, (quello delle false promesse in accordo con i desideri del popolo per
accaparrarsene il favore e aumentare il proprio consenso) la demagogia
non mancò affatto nel Risorgimento (Garibaldi ne fu un fulgido rappresentante) 1 Cfr. §§ 114, 117, 118.
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