§ <118> Il problema dei volontari nel
Risorgimento
Ripreso in Q. 19 (X)
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C’è una tendenza a supervalutare l’apporto
delle classi popolari al Risorgimento, insistendo specialmente sul fenomeno
del volontariato (vedi articolo del Rota nella «Nuova Rivista Storica» per
es.). A parte il fatto che da questi articoli appare che i volontari erano
mal visti dalle autorità piemontesi, ciò che appunto conferma la cattiva
direzione politico-militare, è in ogni modo da osservare che c’è
supervalutazione. Ma questo problema del volontariato pone più in luce la
deficienza della direzione politico-militare. Il governo piemontese poteva
arruolare obbligatoriamente soldati nel suo territorio statale, in rapporto
alla sua popolazione, come l’Austria poteva farlo nel suo territorio e in
rapporto alla sua popolazione enormemente più grandi: una guerra a fondo in
questi termini, sarebbe sempre stata disastrosa per il Piemonte dopo un certo
tempo. Posto il principio che l’«Italia fa da sé» bisognava o accettare la
Confederazione tra eguali con gli altri Stati italiani, o proporsi l’unità
politica territoriale su una tale base politica popolare che le masse fossero
insorte contro gli altri governi e avessero costituito eserciti volontari che
fossero accorsi accanto ai piemontesi. Ma appunto qui è la quistione: che non
si può pretendere entusiasmo, spirito di sacrifizio ecc. su un programma
astratto e per fiducia generica in un governo lontano. Questo è stato il
dilemma del 48, ma non si può inveire contro il popolo: la responsabilità è
dei moderati e forse ancora di più del Partito d’Azione, cioè in fondo della
scarsissima efficienza della classe dirigente. |
Cfr. Mao: La guerra
rivolu-zionaria è la guerra delle masse; è possibile condurla soltanto
mobilitando le masse e facendo affidamento su di esse. Preoccuparsi del ben-essere delle masse,
fare attenzione ai metodi di lavoro (27 gennaio 1934), Opere Scelte, Vol. I. La più ricca sorgente di forza per condurre una guerra si trova nelle masse popolari. Il Giappone osa tiranneggiarci prin-cipalmente perché le masse cinesi sono disorganizzate. Quando si sarà ovviato a questo difetto, allora l’ag-gressore giapponese, come un toro impazzito in un cerchio di fuoco, si troverà circondato da centinaia di milioni di Cinesi nsorti. Basterà il suono delle loro voci ad atterrirlo, ed esso si precipiterà fra le fiamme bruciando vivo. Sulla guerra di lunga durata (maggio 1938), Opere Scelte, Vol. II. Considerando la guerra rivoluzionaria nel suo complesso, le operazioni delle forze partigiane popolari e quelle dell’Esercito Rosso, che è la forza principale, si com-pletano a vicenda come il braccio destro e quello sinistro dell’ uomo; se avessimo solo la forza prin-cipale, cioè l’Esercito Rosso, senza le forze partigiane popolari, saremmo come un guerriero con un braccio solo. In termini concreti, e specialmente ri-guardo alle opera-zioni militari, quando parliamo della popo-lazione della base d’appoggio come di un elemento della guerra, intendiamo dire che abbiamo un popolo armato. Que-sta è la principale ragione per cui il nemico teme d’av-vicinarsi alla nostra base d’appoggio. Problemi strategici della guerra
rivolu-zionaria in Cina (dicembre 1936), Opere Scelte, Vol. I. |
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1 Ettore Rota, Del contributo dei lombardi
alla guerra del 1848: il problema del volontarismo, in «Nuova rivista Storica», gennaio-febbraio 1928 (A. XII, fascicolo
1), pp. 1-52. 2 Segue un paragrafo di nove righe cancellato
e reso illeggibile dallo stesso G. con tratti sovrapposti di inchiostro. |
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