1.153 Conversazione e cultura

 

§ <153> Conversazione e cultura

(vedi a p. 80 la nota: Spunti e stimoli) [1]

Testo ripreso nel Q. 16 (XXII)

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L’osservazione del Macaulay è contenuta nel suo saggio sugli Oratori attici (vedere, per riferire con esattezza, se del caso). L’osservazione può essere ancora svolta. È certo che la cultura per un grande periodo si è svolta specialmente nella forma oratoria o retorica, cioè con nullo o scarso sussidio di scritti e altri mezzi didattici o di studio in generale. Una nuova tradizione comincia nel Medio Evo, coi conventi e con le scuole regolari. La scolastica rappresenta il punto più importante di questa tradizione. Se si osserva bene, lo studio fatto dalla scolastica della logica formale è appunto anche una reazione contro il «facilonismo» dimostrativo dei vecchi metodi di cultura. Gli errori logici sono specialmente comuni nell’argomentazione parlata. L’arte della stampa ha poi rivoluzionato tutto il mondo culturale. In questa ricerca è implicita dunque l’altra delle modificazioni qualitative oltre che quantitative (estensione di massa) apportate al modo di pensare dallo sviluppo tecnico dell’organizzazione culturale.

Anche oggi ideologicamente il teatro e il cinematografo hanno una rapidità e area di azione enormemente più vasta del libro (il teatro e il cinematografo si possono paragonare al giornale e alle riviste) ma in superficie, non in profondità. Le accademie e le Università come mezzi [e organizzazioni] di cultura. Nelle Università la lezione orale e il seminario. Il professore e l’assistente; l’assistente professionale e gli «anziani di Santa Zita» della scuola del Puoti di cui parla di De Sanctis, cioè la formazione nella stessa classe di un’«avanguardia», di una selezione spontanea di allievi che aiuti l’insegnante e prosegua le sue lezioni, insegnando praticamente a studiare.

Queste osservazioni mi sono state suggerite dal Materialismo storico di Bukharin che risente di tutte le deficienze della conversazione. Sarebbe curioso fare una esemplificazione di tutti i passi che corrispondono agli errori logici indicati dagli scolastici, ricordando la giustissima osservazione di Engels che anche i «modi» del pensare sono elementi acquisiti e non innati, il cui possesso corrisponde a una qualifica professionale. Non possederli, non accorgersi di non possederli, non porsi il problema di acquistarli attraverso un apprendissaggio equivale a voler costruire un’automobile sapendo impiegare e avendo a propria disposizione l’officina e gli strumenti di fabbro ferraio da villaggio. Lo studio della «vecchia logica formale» è ormai caduto in discredito e in parte a ragione. Ma il problema di far fare l’apprendissaggio della logica si ripresenta se si pone il problema di creare una nuova cultura su una base sociale nuova, che non ha tradizioni, come la vecchia classe degli intellettuali. Un «blocco intellettuale» tradizionale, con la complessità delle sue articolazioni, riesce ad assimilare nello svolgimento organico di una scienza l’elemento «apprendista» anche senza bisogno di sottoporlo al tirocinio formale. Ma neanche ciò avviene senza difficoltà e senza perdite. Lo sviluppo delle scuole tecniche professionali in tutti i gradi post-elementari, ha ripresentato il problema. Ricordare l’affermazione del prof. Peano che anche nel Politecnico e nelle matematiche risultavano meglio preparati gli allievi provenienti dal ginnasio-liceo in confronto con quelli provenienti dalle scuole-istituti tecnici. Questa migliore preparazione era data dal complesso insegnamento «umanistico» (storia, letteratura, filosofia). Perché la matematica non può dare gli stessi risultati? È stata avvicinata la matematica alla logica. Pure c’è una enorme differenza. La matematica si basa essenzialmente sulla serie numerica, cioè su un’infinita serie di uguaglianze (1 = 1) che possono essere combinate in modi teoricamente infiniti. La logica formale «tende» a far lo stesso, ma fino a un certo punto. La sua astrattezza si mantiene solo nell’inizio dell’apprendimento, nella sua formulazione immediata nuda e cruda, ma si attua concretamente nel discorso stesso in cui questa stessa formulazione astratta si compie. Gli esercizi di lingua che si fanno nel ginnasio liceo fanno vedere questo: nelle traduzioni latino-italiano, greco-italiano, non c’è mai identità fra le due lingue, o almeno questa identità che pare esista agli inizi dello studio (rosa = rosa) va sempre più complicandosi col progredire dell’apprendimento, va cioè allontanandosi dallo schema matematico per giungere a quello storico e psicologico in cui le sfumature, l’espressività «unica e individuale» ha la prevalenza. E non solo ciò avviene nel confronto tra due lingue, ma avviene nello studio della storia della stessa «lingua», cioè nelle variazioni «semantiche» dello stesso suono-parola attraverso il tempo e delle sue cambiate funzioni nel periodo. (Cambiamenti di suoni, di morfologia, di sintassi, di semantica). (Questa serie di osservazioni deve essere continuata e messa in rapporto con precedenti note).

Qui G. sottolinea la facilità di errore in cui si incorre nel parlato e di come l’oralità abbia condizionato il primo sviluppo della cultura (si pensi ai frammenti dei presocratici, per la maggior parte ricordi postumi di tradizioni orali onde, a seconda dei testimoni, Pitagora raccomandava le fave o le proibiva).

Per G. lo sviluppo tecnico del circuito   della comunicazione (stampa, cinema, ... ),  per quanto perda in profondità  ciò che guadagna in superficie ha avuto una funzione progressiva.

Ciò era vero ai suoi tempi e lo è stato per molto tempo ancora.

Ma poi la situazione su è ribaltata e con Internet non solo si perde la logica, ma anche l’ortografia.

Ciò ha trascinato al ribasso anche gli strumenti precedenti.

Anche le agenzie di formazione hanno subito più o meno lo stesso destino. Molti istituti tecnici, come le carrozze di III classe diventate di seconda, hanno assunto il nome di liceo, mentre nei licei già esistenti si abbassava la qualità dell’offerta formativa. Anche  le università si sono moltiplicate e, come i giornali di un tempo hanno scelto la superficie, perdendo in profondità.

La trasformazione in merce della cultura fa sì che le tecnologie che vi si applicano, invece di garantire uno sviluppo iperbolico, si limitano alla parabola, che arrivata a un certo punto, comincia a scendere.

 

 

[1]  [2] Macaluy ( come vedremo meglio §122) attribuiva il successo delle argomentazioni dei sofisti al prevalere del discorso parlato su quello scritto.

[3] In L’ultimo dei puristi (in: Saggi critici II, Milano, 1924) F. De Sanctis racconta dei suoi studi alla scuola che il marchese Basilio Puoti teneva gratuitamente nel suo palazzo. Tra gli allievi vi era un gruppo di veterani che il Puoti chiamava Anziani di Santa Zita, estremamente autorevoli, il cui parere era tenuto in grande considerazione dal maestro.

[4] G. farà successivamente una critica dettagliata al Manuale di Bucharin, pubblicato nel 1921. G. aveva già letto l’edizione russa, con ogni probabilità ha avuto a disposizione nel carcere di Turi, la traduzione francese.

[5] L’osservazione è fatta nell’Antidüring.

[6] Giuseppe Peano insegnava all’Università di Torino quando vi studiava G.

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