1.150 La concezione dello Stato secondo la produttività [funzione] delle classi sociali

§ <150> La concezione dello Stato secondo la produttività [funzione] delle classi sociali

Ripreso in Q. 10 (XXXIII)  

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 § 44









 § 10


Il libro di R. Ciasca sulle Origini del programma nazionale può dare ampi materiali per svolgere questo argomento. Per le classi produttive (borghesia capitalistica e proletariato moderno) lo Stato non è concepibile che come forma concreta di un determinato mondo economico, di un determinato sistema di produzione. Conquista del potere e affermazione di un nuovo mondo produttivo sono inscindibili: la propaganda per l’una è anche propaganda per l’altra: in realtà solo in questa coincidenza risiede l’origine unitaria della classe dominante che è economica e politica insieme. Invece quando la spinta al progresso non è strettamente legata a uno sviluppo economico locale, ma è riflesso dello sviluppo internazionale che manda alla periferia le sue correnti ideologiche [nate sulla base dello sviluppo produttivo dei paesi più progrediti], allora la classe portatrice delle nuove idee è la classe degli intellettuali e la concezione dello Stato muta d’aspetto. Lo Stato è concepito come una cosa a sé, come un assoluto razionale. Si può dire questo: essendo lo stato la cornice concreta di un mondo produttivo, ed essendo gli intellettuali l’elemento sociale che si identifica meglio col personale governativo, è proprio della funzione degli intellettuali porre lo Stato come un assoluto: così si è concepita come assoluta la loro funzione storica, è razionalizzata la loro esistenza. Questo motivo è basilare dell’idealismo filosofico ed è legato alla formazione degli Stati moderni in Europa come «reazione-superamento nazionale» della Rivoluzione francese e del napoleonismo [rivoluzione passiva]. Si può osservare: che alcuni criteri di valutazione storica e culturale devono essere capovolti, 1°) Le correnti italiane che vengono «bollate» di razionalismo francese e di «illuminismo» sono invece proprio le più aderenti alla realtà empirica italiana, in quanto concepiscono lo Stato come forma concreta di uno sviluppo economico italiano. A ugual contenuto conviene ugual forma politica. 2°) Invece sono proprio «giacobine» le correnti che appaiono più autoctone, in quanto pare sviluppino una corrente tradizionale italiana. Questa corrente è «italiana», perché essendo stata per molti secoli la «cultura» l’unica manifestazione italiana nazionale, ciò che è sviluppo di questa manifestazione tradizionale più antica pare più autoctono. Ma è una illusione storica. Ma dove era la base materiale di questa cultura italiana? Essa non era in Italia. Questa «cultura» italiana è la continuazione del «cosmopolitismo» medioevale legato alla Chiesa e all’Impero, concepiti universali. L’Italia ha una concezione intellettuale «internazionale», accoglie ed elabora teoricamente i riflessi della più soda e autoctona vita del mondo non italiano. Gli intellettuali italiani sono «cosmopoliti», non nazionali; anche Machiavelli nel Principe riflette la Francia, la Spagna, ecc. col loro travaglio per la unificazione nazionale, più che l’Italia. Ecco perché io chiamerei veri «giacobini»i rappresentanti di questa corrente: essi veramente vogliono applicare all’Italia uno schema intellettuale razionale, elaborato sull’esperienza altrui e non sull’esperienza nazionale. La quistione è molto complessa ed irta di apparenti contraddizioni, e perciò occorre esaminarla ancora profondamente su una base storica. In ogni modo gli intellettuali meridionali nel Risorgimento appaiono con chiarezza essere questi studiosi del «puro» Stato, dello Stato in sé. E ogni volta che gli intellettuali appaiono «dirigere», la concezione dello Stato in sé riappare con tutto il corteo «reazionario» che di solito la accompagna.

Ci troviamo nella situazione evidenziata e quindi, la funzione degli intellettuali dovrebbe essere fondamentale. Oggi tale ruolo è svolto in modo principale dai media e la loro azione di costruzione del con-senso ci conferma l’affermazione di G..

Ma anche ai nostri tempi l’alta cultura è coinvolta. Infatti, come a suo tempo l’Idealismo concepiva lo Stato come un assoluto, oggi il Relativismo ne ha, preparato il, degrado in relativo (cessione di sovranità alla UE, e devoluzione di poteri alle Regioni.

Anche nello scenario attuale si può parlare, passata la grande paura del comunismo, sia di reazione/superamento, sia di capovolgi-mento di valutazioni. Infatti, gli eredi del PCI, contrario sin dal MEC a forme di integrazione europea, sono oggi i massimi fautori dell’europeismo, mentre la vecchia area conservatrice, legata alla piccola e media impresa, che guardava a nord, si è fatta paladina di un ritrovato nazionalismo.

In compenso oggi si rinuncia alle illusioni storiche. I miti fondativi di ambo le parti, tanto il Mani-festo di Ventotene quanto il Giuramento di Pontida, esibiti con una certa discrezione, sono stati rimessi in soffitta. Gli ideali di oggi non nascono dalla storia, ma dalla ragioneria.

[1] Raffaele Ciasca, L’origine del «Programma per l’opinione nazionale italiana» del 1847-48, Milano-Roma-Napoli, 1919. Raffaele Ciasca (1888 –1975), storico e politico.

 


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