1.149 Nord e Sud

 § <149> Nord e Sud

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La egemonia del Nord sarebbe stata «normale» e storicamente benefica, se l’industrialismo avesse avuto la capacità di ampliare con un certo ritmo i suoi quadri per incorporare sempre nuove zone economiche assimilate. Sarebbe allora stata questa egemonia l’espressione di una lotta tra il vecchio e il nuovo, tra il progressivo e l’arretrato, tra il più produttivo e il meno produttivo; si sarebbe avuta una rivoluzione economica di carattere nazionale (e di ampiezza nazionale), anche se il suo motore fosse stato temporaneamente e funzionalmente regionale. Tutte le forze economiche sarebbero state stimolate e al contrasto sarebbe successa una superiore unità. Ma invece non fu così. L’egemonia si presentò come permanente; il contrasto si presentò come una condizione storica necessaria per un tempo indeterminato e quindi apparentemente «perpetua» per l’esistenza di una industria settentrionale.

Emigrazione Si fa il confronto tra Italia e Germania. È vero che lo sviluppo industriale provocò, in un primo tempo, una forte emigrazione in Germania, ma in un secondo tempo non solo la fece cessare, ma ne riassorbì una parte e determinò una notevole immigrazione. Ciò sia detto per un puro confronto meccanico dei due fenomeni emigratori italiano e tedesco: che se il confronto viene approfondito, allora appaiono altre differenze essenziali. In Germania l’industrialismo produsse in un primo tempo esuberanza di «quadri industriali» stessi, e furono questi che emigrarono, in condizioni economiche ben determinate: emigrò un certo capitale umano già qualificato e dotato, insieme con una certa scorta di capitale finanziario. L’emigrazione tedesca era il riflesso di una certa esuberanza di energia attiva capitalistica che fecondava economie di altri paesi più arretrati, o dello stesso livello, ma scarso di uomini e di quadri direttivi. In Italia il fenomeno fu più elementare e passivo e ciò che è fondamentale non ebbe un punto di risoluzione, ma continua anche oggi. Anche se praticamente l’emigrazione è diminuita e ha cambiato di qualità, ciò che importa notare è che tale fatto non è funzione di un assorbimento delle forze rimaste in ampliati quadri industriale, con un tenore di vita conguagliatosi con quello dei paesi «normali». È un portato della crisi mondiale, cioè dell’esistenza in tutti i paesi industriali di armate di riserva nazionali superiori al normale economico. a funzione italiana di produttrice di riserva operaia per tutto il mondo è finita non perché l’Italia abbia normalizzato il suo equilibrio demografico, ma perché tutto il mondo ha sconcertato il proprio.

Intellettuali e operai. Altra differenza fondamentale è questa: l’emigrazione tedesca fu organica, cioè insieme alla massa lavoratrice emigrarono elementi organizzativi industriali. In Italia emigrò solo massa lavoratrice, prevalentemente ancora informe sia industrialmente, sia intellettualmente. Gli elementi corrispondenti intellettuali rimasero e anch’essi informi, cioè non modificati per nulla dall’industrialismo e dalla sua civiltà; si produsse una formidabile disoccupazione di intellettuali, che provocò tutta una serie di fenomeni di corruzione e di decomposizione politica e morale, con riflessi economici non trascurabili. Lo stesso apparato statale, in tutte le sue manifestazioni, ne fu intaccato assumendo un particolare carattere. Così i contrasti si invelenivano anziché sparire e ognuna di queste manifestazioni contribuiva ad approfondire i contrasti.

Colonialismo interno.

Già all’indomani dell’unità nazionale si cominciò a smantellare l’industria del Mezzogiorno e i cospicui capitali del Sud, rimasti inoperosi, presero la via del Nord.

La disoccupazione delle forze del lavoro, invece, rimase ed si aggiunse a quella determinata dallo storico abbandono del latifondo. Disoccupazione, ignoranza, criminalità e sanfedismo sono prodotto e non causa della miseria.

Anche se questi fenomeni non furono causati dalla unificazione, è però vero che essa agì come volano su un precedente sostrato, a sua volta determinato da un’ ineguale distribuzione di ricchezza.

Varata l’Unione Europea si è ripresentato lo stesso scenario. [NdR 2] ↓

Emigrazione.

La situazione è cambiata completamente, basti dire che il Nord-Est, maggior bacino dell’emigrazione, è diventato un’area trainante del Paese. Dopo la crisi del 2017, però, un lieve movimento immigratorio è ripreso, La nuova emigrazione.

Quanto al fatto che l’Italia sia diventata a propria volta meta d’immigrazione è evidente che ben poco sembra fondata l’ipotesi di un principio dei vasi comunicanti basato su ragioni economiche, più oggettivo sembra il dato del calo demografico.

Intellettuali e operai

Anche qui la situazione è mutata, a parte la fuga dei cervelli, enfatizzata dai media, emigrano intere aziende e, soprattutto i capitali.

La disoccupazione degli intellettuali resta forte per vecchie e nuove ragioni (elevamento dell’età per la pensione, precarizzazione degli insegnanti, quasi completa privatizzazione della ricerca).

 

[NdR 1] Qui si parla di un egemonia imposta con le armi, dunque di tipo coloniale, come fu quella, ad esempio, della Francia sull’Algeria, che non cambiò natura dichiarando la colonia territorio metropolitano. Il Sud è sicuramente arretrato, ma tale arretratezza è dovuta principalmente alla diseguale distribuzione della ricchezza che si riflette anche nell’accesso all’istruzione (tantissimi avvocati e tantissimi analfabeti). G. parte dall’idea, già espressa nell’incipit di La questione meridionale, che le industrie ci siano solo al nord e che in queste preferiscano investire i detentori di capitale del sud, piuttosto che arrischiarli sul proprio territorio. In realtà il Regno delle Due Sicilie,prima dell’unificazione è il terzo paese europeo per industrializzazione. Il Sud prima dell'unità. L’egemonia economica del nord si realizzò anche e soprattutto con la deindustrializzazione del sud.

[NdR 2] Dal 2001 al 2013 in Italia si sono perse per chiusure, fallimenti e delocalizzazioni 120.000 industrie manifatturiere, con spettacolare inversione dei volumi di produzione (- 25,5%) rispetto al resto del mondo (+ 36,1%) e la perdita di 1.160.000 posti di lavoro. A questo dato, che riguarda la piccola e media impresa, bisogna aggiungere quello impressionante del ridimensionamento dei grandi gruppi e le acquisizioni straniere di brand nazionali. TUTTI I DATI   

 

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