1.143 Qualità e quantità

 § ˂143˃ Qualità e quantità

Ripreso in Q. 22 (V)

 

 

 

Nel mondo della produzione significa nient’altro che buon mercato e alto prezzo, cioè soddisfazione o no dei bisogni elementari delle classi popolari ed elevazione o depressione del loro tenore di vita. Tutto il resto è romanzo ideologico d’appendice. In un’azienda-nazione dove esiste molta mano d’opera e poche materie prime, il grido: «Qualità» significa solo voler impiegare molto lavoro su poca materia, cioè voler specializzarsi per un mercato di lusso. Ma è possibile ciò? 1°) Dove esiste molta materia prima sono possibili i due sistemi, qualitativo e quantitativo, mentre non c’è reciproca per i paesi poveri; 2°) La produzione quantitativa può essere anche qualitativa, cioè fare concorrenza all’industria puramente qualitativa tra quella parte della classe consumatrice di oggetti «distinti» che non è tradizionalista perché di nuova formazione; 3°) Quale industria procurerà gli oggetti di consumo delle classi povere? Si formerà una situazione di divisione internazionale del lavoro?

Si tratta insomma di una formula da letterati perdigiorno, e di politici demagogici che nascondono la testa per non vedere la realtà. La qualità dovrebbe attribuirsi agli uomini e non alle cose. E la qualità umana si eleva nella misura in cui l’uomo soddisfa un maggior numero di bisogni e se ne rende quindi indipendente. Il caro prezzo del pane, dovuto al fatto di voler mantenere legata a determinate attività una maggior quantità di uomini, porta alla denutrizione. La politica della qualità determina sempre il suo opposto: quantità squalificata.

La merce ha un valore d’uso e un valore di scambio. [1] ↓ Qui G. afferma che la qualità di una merce non risiede in un suo migliore v. d’uso, ma da un aumentato v. di scambio.

C’è un riferimento alla formula marxiana di determinazione del valore:

 W = C + V + Pv  [2] ↓

Il ragionamento di G. è questo:

1 in un paese ricco di carbone e ferro si può agire sul fattore C, con V costante, e produrre con  differenti materie prime, leghe di diversa

qualità.

 

Viceversa in un paese che ha poco ferro e carbone, il fattore C è in pratica fisso e la supposta qualità deriva da un maggior impiego di mano d’opera che fa aumentare il fattore V.

2 Una produzione in serie di certi manufatti può competere con certe produzioni semiartigianali.

3 La produzione in serie soddisfa la classe media ma non è ancora alla portata dei più poveri. Si arriverà certamente, come si è visto, alla divisione internazionale del lavoro, dove V scende, non perché calano gli addetti o le ore lavorate, ma la loro retribuzione (che può calare anche in modo invisibile, lasciando immutata la paga oraria e aumentando la produttività).

Nelle conclusioni c’è ancora un richiamo a Marx (feticismo delle merci [3] ↓.

Nelle ultime battute il richiamo al bracciantato, che assorbe, nella predominante economia agricola del tempo, la maggior parte della forza lavoro. La condizione bracciantile è al limite della sopravvivenza, per il perdurare della coltivazione estensiva, poco o nulla meccanizzata, tipica del latifondo.

 

 

[1] valore d’uso (se mangio 100 g di pane assumo 265 cal.), valore di scambio (vendo 100 g di pane a 0,35 €).

[2] dove W è il valore, C il capitale costante (cioè macchinari, energia e materie prime), V il capitale variabile (cioè il monte salari) e Pv il plusvalore, cioè il guadagno del capitalista.

[3] Feticismo delle merci: il prodotto domina l’uomo e i rapporti sociali appaiono come semplici rapporti fra cose, autonome rispetto a chi le ha prodotte.


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