1.135 Americanismo

§ <135> Americanismo

Ripreso in Q. 22 (V)

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L’articolo di Carlo Pagni A proposito di un tentativo di storia pura del corporativismo («Riforma Sociale», settembre-ottobre 1929) esamina il volume di N. Massimo Fovel Economia e corporativismo (Ferrara. S.A.T.E., 1929) e accenna a un altro scritto dello stesso Rendita e salario nello Stato Sindacale (Roma, 1928), ma non si accorge che il Fovel in questi scritti fa del «corporativismo» la premessa all’introduzione in Italia dei sistemi industriali americani. Sarebbe interessante sapere se il Fovel scrive «estraendo dal suo cervello» o ha dietro di sé (praticamente, non solo teoricamente) delle forze economiche che lo sorreggono e lo spingono. La figura del Fovel è interessante per più rispetti; in un certo senso rientra nella galleria del tipo Ciccotti-Naldi-Bazzi-Preziosi ecc., ma è più complessa. Il Fovel, che io sappia, ha cominciato come «radicale», prima della guerra: egli voleva ringiovanire il movimento radicale tradizionale, civettando un po’ coi repubblicani, specialmente federalisti o regionalisti («Critica Politica» di Oliviero Zuccarini). Durante la guerra doveva essere giolittiano. Nel 1919 entra nel P.S. a Bologna, ma non scrive mai nell’«Avanti!». Nel 19 (o nel 18 ancora?) lo conobbi a Torino molto di sfuggita. Gli industriali torinesi avevano acquistato la vecchia e malfamata «Gazzetta di Torino» per farne un loro organo. Ebbi l’impressione che il Fovel aspirasse a diventare il direttore della nuova combinazione; certo egli era in contatto con gli ambienti industriali. Invece direttore fu chiamato Tomaso Borelli, giovane liberale, al quale successe Italo Minunni dell’«Idea Nazionale» (la «Gazzetta di Torino» diventò il «Paese», ma non attecchì e fu soppressa). Nel 19 il Fovel mi scrisse una lettera curiosa, in cui diceva che «sentiva il dovere» di collaborare all’«Ordine Nuovo» settimanale; gli risposi fissando i limiti della sua possibile collaborazione, molto freddamente e seccamente e non ne ebbi più notizia. Il Fovel passò alla banda Passigli-Gardenghi-Martelli, che aveva fatto del «Lavoratore» di Trieste un centro d’affari assai lucroso e che doveva avere dei contatti con l’ambiente industriale torinese. È notevole a questo proposito il tentativo di Passigli di trasportarmi a Trieste, come redattore del «Lavoratore», la cui amministrazione avrebbe gestito anche l’O.N. conservandone io la direzione (Passigli venne a Torino per parlarmi e sottoscrisse 100 lire per l’O.N.): io rifiutai e non volli neanche essere collaboratore del «Lavoratore». Nel 21 negli uffici del «Lavoratore» furono trovate delle carte appartenenti a Fovel e a Gardenghi, da cui appariva che essi giocavano in borsa sui valori tessili e, durante lo sciopero dei tessili veneti guidato dai sindacalisti di Nicola [Vecchi], dirigevano il giornale secondo gli interessi del loro gioco. Dopo Livorno non so cosa abbia fatto il Fovel. Nel 25 salta fuori ancora nell’«Avanti!» di Nenni e Gardenghi e imposta la campagna per i prestiti americani, subito sfruttata dalla «Gazzetta del Popolo» legata all’ing. Ponti della S.I.P. Nel 25-26 il Fovel collaborò spesso alla «Voce Repubblicana». Oggi sostiene il «corporativismo» come premessa all’americanizzazione e scrive nel «Corriere Padano» di Ferrara.

Ciò che mi  pare interessante nella tesi del Fovel è la sua concezione della corporazione come di un blocco industriale-produttivo autonomo, destinato a risolvere in senso moderno il problema dell’apparato economico in senso accentuatamente capitalistico, contro gli elementi parassitari della società che prelevano una troppo grossa taglia sul plusvalore, contro i così detti «produttori di risparmio». La produzione del risparmio dovrebbe dunque essere funzione dello stesso blocco produttivo, attraverso un accrescimento della produzione a costo decrescente, attraverso la creazione di una più grande massa di plusvalore, che permetta più alti salari e quindi un più capace mercato interno e un risparmio operaio e più alti profitti e quindi una maggiore capitalizzazione diretta nel seno stesso delle aziende e non attraverso l’intermediario dei «produttori di risparmio» che in realtà sono divoratori di plusvalore. Il Pagni ha ragione quando dice che non si tratta di una nuova economia politica ma di una nuova politica economica; le sue obbiezioni pertanto, concretamente, non sono altro che la constatazione dell’ambiente arretrato italiano per un simile rivolgimento economico. L’errore di Fovel consiste nel non tener conto della funzione economica dello Stato in Italia e del fatto che il regime corporativo ha avuto origini di polizia economica, non di rivoluzione economica. Gli operai italiani non si sono mai opposti neppure passivamente alle innovazioni industriali tendenti a una diminuzione dei costi, alla razionalizzazione del lavoro, all’introduzione di meccanismi più perfetti e di più perfette organizzazioni del complesso aziendale; tutt’altro. Ciò è avvenuto in America e ha portato alla liquidazione dei sindacati liberi e alla loro sostituzione con un sistema di isolate (fra loro) organizzazioni di azienda. Un’analisi accurata della storia italiana prima del 22, che non si lasciasse allucinare dal carnevale esterno, ma sapesse cogliere i motivi profondi del movimento, dovrebbe giungere alla conclusione che proprio gli operai furono i portatori delle nuove esigenze industriali e a modo loro le affermarono strenuamente: si può dire anche che alcuni industriali si accorsero di ciò e cercarono di servirsene (tentativi di Agnelli di assorbire nel complesso Fiat l’O.N. e la sua scuola). Ma a parte queste considerazioni, si presenta la quistione: ormai le corporazioni esistono, esse creano le condizioni in cui le innovazioni industriali possono essere introdotte su larga scala, perché gli operai né possono opporsi a ciò, né possono lottare per essere essi stessi i portatori di questo rivolgimento. La quistione è essenziale, è l’hic Rhodus della situazione italiana: dunque le corporazioni diventeranno la forma di questo rivolgimento per una di quelle «astuzie della provvidenza» che fa sì che gli uomini senza volerlo ubbidiscano agli imperativi della storia, Il punto essenziale è qui: può ciò avvenire? Si è portati necessariamente a negarlo. La condizione suddetta è una delle condizioni, no la sola condizione e neanche la più importante; è solo la più importante delle condizioni immediate. L’americanizzazione richiede un ambiente dati, una data conformazione sociale e un certo tipo di Stato. Lo Stato è lo Stato liberale, non nel senso del liberalismo o doganale, ma nel senso più essenziale della libera iniziativa e dell’individualismo economico, giunto con mezzi spontanei, per lo stesso sviluppo storico, al regime dei monopoli. La sparizione dei redditieri in Italia è una condizione del rivolgimento industriale, non una conseguenza: la politica economico-finanziaria dello Stato è la molla di questa sparizione: ammortamento del debito pubblico, nominatività dei titoli, tassazione diretta e non indiretta, Non pare che questa sia la direzione attuale della politica o stia per diventarlo. Anzi. Lo Stato va aumentando i redditieri e creando dei quadri chiusi sociali. In realtà finora il regime corporativo ha funzionato per sostenere posizioni pericolanti di classi medie, non per eliminare queste e sta diventando, per gli interessi costituiti che crea, una macchina di conservazione dell’esistente così com’è e non una molla di propulsione. Perché? Perché li regime corporativo è in dipendenza della disoccupazione e non dell’occupazione: difende agli occupati un certo minimo di vita, che se fosse libera la concorrenza crollerebbe anch’esso, provocando gravi rivolgimenti sociali. Benissimo: ma il regime corporativo, nato in dipendenza di questa situazione delicatissima, di cui bisogna mantenere l’equilibrio essenziale a tutti i costi, per evitare un’immane catastrofe, potrebbe procedere a tappe piccolissime, insensibili, che modifichino la struttura sociale senza scosse repentine: anche il bambino meglio e più solidamente fasciato si sviluppa normalmente, Ed ecco perché occorrerebbe sapere se il Fovel è la voce di un individuo singolo o è l’esponente di forze economiche che cercano la loro via. In ogni caso il processo sarebbe lunghissimo e nuove difficoltà, nuovi interessi che nel frattempo si costituiranno, faranno opposizione tenace al suo sviluppo regolare.

Tracce di biografie esemplari che mostrano come trasformismo e ondivaghezza, oltre che da indubbie tendenze all’opportunismo (non mancano profili di autentici faccendieri), siano anche spesso determinate da un’ adesione a ideali di progresso maturata su una matrice culturale borghese.

Nella prima parte della nota vengono, infatti, citati alcuni personaggi che, dopo esordi nelle file progressiste, sono poi passati al fascismo, talvolta rimanendone  ai margini, per dissenso, intrallazzo o eccesso di zelo.

Nulla hanno da spartire con costoro altri citati nel testo, come Oliviero Zuccarini (1883-1971, repubblicano coerente), il socialista Giuseppe Passigli (1881-1953.

Di Nicola Vecchi dà notizia lo stesso G. in «Lo Stato operaio», a. 1, n. 8, 18 ottobre 1923: Nell'Unione sindacale italiana (USI) Nicola Vecchi era l'esponente della corrente anarco-sindacalista, favorevole a un avvicinamento ai comunisti e alla Internazionale Comunista.

Quanto agli altri citati:

L’economista Carlo Pagni collaborò alla rivista socialista « Il Quarto Stato», fondata da Nenni e Carlo Rosselli. Nel 1933 fu notato da Luigi Einaudi che gli offrì spazio su ««La Riforma Sociale» nel dibattito critico sulle teorie del Keynes. Teorico del corporativismo, fu docente all’Università di Pavia.

Nino Massimo Fovel (1880-1941) professore incaricato di scienza delle finanze a Bologna, Fu anche redattore del quotidiano «Il Resto del Carlino.».  Alla fine del primo decennio del secolo il F. divenne il più autorevole rappre-sentante della tendenza radicalsocialista che si collocava all'estrema sinistra del partito. Nel 1919 il F. aderì al partito socialista militando nella frazione massimalista rivoluzionaria e chiese di collaborare con l'«Ordine nuovo». Si trasferì quindi a Trieste, dove per qualche mese fu condirettore del giornale socialista «Il Lavoratore»; tornato a Bologna, nel novembre 1920 venne eletto consigliere comunale. Pochi giorni dopo la sua elezione fu aggredito dai fascisti e il 29 novembre restò coinvolto nei sanguinosi incidenti di palazzo d'Accursio. Alla fine del gennaio 1921, dopo la scissione del PSI, il F. si recò di nuovo a Trieste per trattare il passaggio del quotidiano « Il Lavoratore» al neocostituito PCd'I. Nei mesi successivi cominciò a riavvicinarsi alle idee democratiche. Nel 1922 collaborò a «La Critica politica» di O. Zuccarini. Convinto che le forze popolari erano state sconfitte perché si erano battute in ordine sparso, il F. auspicava l'incontro tra democrazia e socialismo e guardava con fiducia all'iniziativa politica di Giovanni Amendola. Il 30 maggio 1925 partecipò al convegno dei gruppi vicini all'Unione nazionale e fu chiamato a far parte del comitato che avrebbe dovuto preparare la costituzione di un unico partito rappresentativo delle forze democratiche liberali e radicali. Il 5 agosto di quell'anno scrisse, firmando con lo pseudonimo di Tree Trader, un articolo di fondo sull'Avanti!, in cui si dichiarava favorevole agli investimenti americani in Italia. L'insolita opinione ospitata dall' organo socialista fu all'origine di una dura polemica con «L'Unità» Intervenne anche G. che ebbe espressioni assai severe nei suoi confronti. In effetti Fovel aderì ben presto al Fascismo e fu considerato uno dei massimi teorici del corporativismo integrale, di cui era assertore Ugo Spirito. L'affermazione di teorie eterodosse, l'ambiguità di un personaggio che era approdato al fascismo dopo aver attraversato quasi 

 

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tutto l'arco delle posizioni politiche contribuirono a mantenergli intorno un clima di sospetto. Fino al 1930 il F. fu obbligato a recarsi periodicamente in questura per i controlli di polizia e rimase sempre nel novero dei "sovversivi" schedati dal ministero dell'Interno.  

Ettore Ciccotti (1863 -1939) s'iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Napoli, aderendo al mazzinianesimo e all'irredentismo, e maturando un particolare interesse sia per la storia antica che per i problemi sociali del Mezzogiorno. Fu Giustino Fortunato a invitarlo a collaborare, nel 1889, alla «Gazzetta Letteraria» di Torino. Aderì al Partito socialista, collaborando alla «Critica sociale». Ottenne la cattedra straordinaria di storia antica nell'Università di Pavia, ma i suoi attacchi al governo e la solidarietà per gli operai dimostrata in occasione dei tragici fatti di Milano nel 1898 gli procurarono una minaccia di arresto per istigazione sovversiva. Nel decennio precedente la guerra, si andò allontanando dal partito socialista. Favorevole all'intervento, guardò con simpatia al nascente fascismo e fu ricompensato con un seggio in Senato nel settembre del 1924, ma si oppose apertamente, alla dittatura di Mussolini:

Filippo Naldi (1886 -1972) Sin dai primi anni del Novecento si mise in mostra, a livello politico, come   esponente del Partito Giovanile Liberale Italiano (PGLI), una piccola formazione politica fiorentina. Lasciò l'università prima di laurearsi per dedicarsi a tempo pieno all'attività giornalistica. Collaborò ai quotidiani «Gazzetta di Venezia» e «La Libertà» e alla rivista «Il Regno»; fu direttore della rivista letteraria «Il Rinnovamento», fu redattore capo de «L'Alto Adige» di Trento; nel 1911 diresse il foglio liberale bolognese «Patria». Tra la fine di dicembre del 1913 e l'inizio di gennaio del 1914 fu nominato condirettore del «Resto del Carlino». Nel 1914, grazie alle sue conoscenze negli ambienti finanziari, fece da mediatore tra Mussolini e alcuni grandi industriali del Nord Italia, procurando i primi capitali e l'appoggio necessario alle operazioni tecniche per impiantare un nuovo quotidiano, socialista ma con una linea interventista. Nel 1917 fondò a Roma «Il Tempo»,sulla stessa linea del mussoliniano «Il Popolo d'Italia». Nel 1919, Naldi cedette la direzione del «Resto del Carlino» al fidato Mario Missiroli e tentò di entrare in Parlamento. Si candidò alle elezioni politiche in una lista nittiana, ma non fu eletto. Nel corso dello stesso anno si recò a Zara insieme a Peppino Garibaldi, per cercare di scalzare l'autorità di Gabriele D'Annunzio[27], senza tuttavia riuscirvi. Ceduto «Il Tempo» a Giovanni Agnelli, nell'autunno 1921, Naldi impiegò il denaro ricavato per acquisire la proprietà del «Resto del Carlino». Si indebitò però fortemente con le banche. Nel 1922, grazie alla mediazione dell'avvocato cosentino Filippo Filippelli, cedette la sua quota del «Resto del Carlino» a Tomaso Monicelli. La riuscita dell'operazione valse a Filippelli l'assegnazione della direzione del «Corriere Italiano», direzione che mantenne fino al giugno del 1924, quando venne coinvolto nel delitto di Giacomo Matteotti. A causa dell'implicazione del collega, anche Filippo Naldi finì indagato. Questo perché Filippelli noleggiò l'autovettura con cui il deputato socialista fu rapito e nella quale fu probabilmente ucciso. Naldi favorì la latitanza di Filippelli. e fu a sua volta arrestato. Scarcerato dopo quattro mesi trascorsi a Regina Coeli, fu successivamente prosciolto per amnistia. Inquisito anche per la bancarotta del Banco Adriatico di Cambio, nel 1926 decise di lasciare definitivamente l'Italia e di trasferirsi in Francia, spacciandosi per socialista e anti-fascista. Qui diresse alcune importanti società petrolifere, avvalendosi delle sue conoscenze tra unzionari del governo fascista. Durante la guerra ebbe rapporti ambigui sia con anti-fascisti fuoriusciti che con elementi del Governo di Vichy. Nel 1942 Naldi si trasferì da Parigi ad Avignone da dove riuscì a far passare in Spagna e in Svizzera centinaia di ebrei, aiutato dal viceconsole italiano di Marsiglia. Naldi ritornò in Italia subito dopo la caduta del fascismo e appoggiò il nuovo capo del governo Pietro Badoglio di cui fu nominato commissario dell'ufficio stampa. Sul Naldi del secondo dopoguerra si sa ben poco, è certo, però, che, dopo la caduta del fascismo, aveva continuato ad occuparsi di politica, giornalismo ed affari, anche al di fuori delle istituzioni e, soprattutto, a favore di quasi tutti i partiti politici, anche di sinistra.

Carlo Bazzi, massone, repubblicano, interventista e amico di Mussolini, animatore della fugace stagione “diciannovista” e filodannunziana del Partito Repubblicano romagnolo, poi  fascista dissidente e fuoriuscito in Francia dopo il 1924, dove, negli ambienti antifascisti è considerato agente provocatore.

Giovanni Preziosi (1881-1945) dopo essersi laureato in filosofia, prese gli ordini religiosi a Napoli, ma abbandonò la tonaca nel 1911. Nel 1913 sostenne la candidatura alla Camera di Giovanni Miranda, radicale esplicitamente massone. Aderì poi alla nascente Lega Democratica Nazionale, movimento guidato da Romolo Murri, sacerdote sospeso a divinis e considerato da alcuni il massimo ideologo e punto di riferimento, insieme a Filippo Meda, dei democratici cristiani del tempo.  Con l'avvento del primo conflitto mondiale, Preziosi si schierò nettamente a favore dei nazionalisti-interventisti, costituendo uno dei primi Fasci parlamentari di difesa nazionale ed entrando in contatto con Benito Mussolini. Finita la guerra, Preziosi agevolò la diffusione dei Protocolli dei Savi di Sion, traducendoli per la prima volta in italiano dall'edizione inglese, assumendo atteggiamenti apertamente antisemiti e denunciando presunti legami tra massoneria, ebraismo e bolscevismo. Aderì presto al fascismo, nel quale fu spesso sostenitore di Roberto Farinacci, interpretando il regime come l'unica soluzione contro il bolscevismo. Dal 1923 al 1929 fu proprietario e direttore del quotidiano «Il Mezzogiorno». In una relazione della polizia politica del 24 agosto 1923, il fatto fu interpretato come uno dei passaggi di una manovra di "capi fascisti delle diverse città d'Italia" al fine di "impressionare, stancare, disgustare S.E. Mussolini, per fargli abbandonare il potere, in modo da prendere loro la successione. Né il PNF né più in generale l'opinione pubblica concessero al Preziosi i riconoscimenti sperati, in virtù dell'indifferenza italiana verso la questione razziale e soprattutto della diffidenza verso la nascente Germania nazista. Le posizioni mutarono con l'avvicinamento politico dell'Italia fascista al Terzo Reich. Nel 1938 Preziosi fu tra i firmatari del Manifesto della razza e con la promulgazione delle leggi razziali fasciste divenne un personaggio di spicco nell'orbita dello Stato, ricoprendo ruoli ministeriali. Nella RSI, pur inviso alle gerarchie, dal 15 marzo 1944 ricoprì il ruolo di "Ispettore generale per la demografia e la razza". Si suicidò, insieme alla moglie il 27 aprile 1945.

Pio Guardenghi diventerà segretario particolare di Balbo, ma c’è anche una sua lettera da Milano (14 aprile 1919), in cui lamenta minacce da parte di fascisti randellatori. Un fascicolo della Questura di Bologna (29 dicembre 1927 - 31 maggio 1931) lo scheda come giornalista, commerciante, socialista, da tenere sotto sorveglianza.

Scarse le notizie su Tomaso Borelli, già aderente, col Naldi, al Partito Giovanile Liberale Italiano e poi passato ai Nazionalisti. ncor meno si sa di Italo Minunni, che dopo la guerra dirigerà «Il Sole».  

[1] Carlo Pagni A proposito di un tentativo di storia pura del corporativismo in «La Riforma Sociale», a. XXXVI, fasc. 9- 10, settembre-ottobre 1929.

[2] In realtà, il contrario: fu Borelli a succedere a Minunni, nell’ottobre 1918.

[3] In una raccolta degli scritti di G. per l’«Ordine Nuovo», un articolo firmato For Ever è attribuito erroneamente al Fovel. In realtà lo pseudonimo era dell’anarchico Corrado Quaglini.

[4] Sottoscrizione debitamente registrata nell’apposita rubrica del periodico (27 marzo 1920).

[5] Dopo il Congresso di Livorno, «Il Lavoratore» passò dai socialisti ai comunisti, che a Trieste ottennero la maggioranza. Giuseppe Passigli si era schierato con i terzini di Menotti Serrati.

 

 


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