§ <134> Lotta politica e guerra militare
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Nella guerra militare,
raggiunto il fine strategico, distruzione dell’esercito nemico e occupazione
del suo territorio, si ha la pace. È inoltre da osservare che perché la
guerra finisca, basta che il fine strategico sia raggiunto solo
potenzialmente: basta cioè che non ci sia dubbio che un esercito non può più
combattere e che l’esercito vittorioso «può» occupare il territorio nemico.
La lotta politica è enormemente più complessa: in un certo senso può essere
paragonata alle guerre coloniali o alle vecchie guerre di conquista, quando
cioè l’esercito vittorioso occupa o si propone di occupare stabilmente tutto
o una parte di territorio conquistato. Allora l’esercito vinto viene
disarmato e disperso, ma la lotta continua nel terreno politico e di
«preparazione» militare. Così la lotta politica dell’India contro gli Inglesi
(e in una certa misura della Germania contro la Francia o dell’Ungheria
contro la Piccola Intesa) conosce tre forme di guerre di movimento, di
posizione e sotterranea. La resistenza passiva di Gandhi è una guerra di
posizione, che diventa guerra di movimento in certi momenti e in altri guerra
sotterranea: il boicottaggio è guerra di posizione, gli scioperi sono guerra
di movimento, la preparazione clandestina di armi e di elementi combattivi d’assalto
è guerra sotterranea. C’è una forma di arditismo, ma essa è impiegata con
molta ponderazione. Se gli Inglesi avessero la convinzione che si prepara un
grande movimento insurrezionale destinato ad annientare l’attuale loro
superiorità strategica (che consiste in un certo senso nella loro possibilità
di manovrare per linee interne e di concentrare le loro forze nel punto
«sporadicamente» più pericoloso) col soffocamento di massa, cioè costringendoli
a diluire le forze in un teatro bellico divenuto simultaneamente generale, ad
essi converrebbe provocare l’uscita prematura delle forze combattenti indiane
per identificarle e decapitare il movimento generale. Così alla Francia
converrebbe che la destra nazionalista tedesca fosse coinvolta in un colpo di
stato avventuroso, che costringerebbe l’organizzazione militare illegale
sospettata a manifestarsi prematuramente, permettendo un intervento,
tempestivo dal punto di vista francese. Ecco che in queste forme di lotta
miste, a carattere militare fondamentale e a carattere politico preponderante
(ma ogni lotta politica ha sempre un sostrato militare), l’impiego degli
arditi domanda uno sviluppo tattico originale, alla concezione del quale
l’esperienza di guerra può dare solo uno stimolo, non un modello. Una trattazione a parte
deve avere la quistione dei «comitagi» balcanici, che sono legati a
particolari condizioni dell’ambiente fisico-geografico regionale, alla
formazione delle classi rurali e anche all’efficienza reale dei governi. Così
è delle bande irlandesi, la cui [forma di] guerra e di organizzazione era
legata alla struttura sociale irlandese. I comitagi, gli irlandesi, e le
altre forme di guerra da partigiani devono essere staccate dalla quistione
dell’arditismo, sebbene paiano avere [con esso] punti di contatto. Queste
forme di lotta sono proprie di minoranze [deboli ma esasperate] contro
maggioranze bene organizzate: mentre l’arditismo moderno presuppone una
grande riserva, immobilizzata per varie ragioni, ma potenzialmente
efficiente, che lo sostiene e lo alimenta con apporti individuali. |
La guerra di posizione
si basa sul logoramento del nemico.
La guerra di movimento mira all’ annientamento. La guerra sotterranea al sabotaggio. La guerriglia
alterna sabotaggi e rapidi colpi di mano. La lotta politica è: ●di posizione (difesa delle conquiste), ●di movimento (conquista di posizioni più avanzate), ●sotterranea in quanto sfrutta le contraddizioni in seno
al nemico. Si può dire
[…] che la politica è guerra senza spargimento di sangue e che la guerra è
politica con spargimento di sangue (Mao
Zedong,«Sulla guerra di lunga durata», maggio 1938, Opere scelte, vol. II).“ |
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