§ <133> Arte militare e arte politica
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Ancora degli arditi. I
rapporti che esistettero nel 17-18 tra le formazioni di arditi e l’esercito
nel suo complesso possono portare ed hanno portato già i dirigenti politici
ad erronee impostazioni di piani di lotta. Si dimentica: 1°) che gli arditi
sono semplici formazioni tattiche e presuppongono sì un esercito poco
efficiente, ma non completamente inerte: perché se la disciplina e lo spirito
militare si sono allentati fino a consigliere una nuova disposizione tattica,
essi esistono ancora in una certa misura, cui appunto corrisponde la nuova
formazione tattica; altrimenti ci sarebbe stata, senz’altro, la disfatta e la
fuga.; 2°) che non bisogna considerare l’arditismo come un segno della
combattività generale della massa militare, ma viceversa, come un segno della
sua passività e della sua relativa demoralizzazione. Ciò sia detto mantenendo
implicito il criterio generale che i paragoni tra l’arte militare e la
politica sono sempre da stabilire cum grano salis, cioè solo come stimoli al
pensiero e come termini significativi ad absurdum: infatti nella milizia
politica manca la sanzione penale implacabile per chi sbaglia o non obbedisce
esattamente, manca il giudizio marziale, oltre al fatto che lo schieramento
politico non è neanche lontanamente paragonabile allo schieramento militare.
Nella lotta politica oltre alla guerra di movimento e alla guerra d’assedio o
di posizione, esistono altre forme. Il vero arditismo, cioè l’arditismo
moderno, è proprio della guerra di posizione, così come si è rivelata nel
14-18. Anche la guerra di movimento e la guerra d’assedio dei periodi
precedenti avevano i loro arditi, in un certo senso: la cavalleria leggera e
pesante, i bersaglieri ecc., le armi celeri in generale avevano in parte una
funzione di arditi; così nell’arte di organizzare le pattuglie era contenuto
il germe dell’arditismo moderno. Nella guerra d’assedio più che nella guerra
di movimento era contenuto questo seme: servizio di pattuglie più estese e specialmente
arte di organizzare sortite improvvise e improvvisi assalti con elementi
scelti. Un altro
elemento da tener presente è questo: che nella lotta politica non bisogna
scimiottare i metodi di lotta delle classi dominanti, senza cadere in facili
imboscate. Nelle lotte attuali questo fenomeno di verifica spesso: una
organizzazione statale indebolita è come un esercito infiacchito: entrano in
campo gli arditi, cioè le organizzazioni armate private, che hanno due
compiti: usare l’illegalità, mentre lo Stato sembra rimanere nella legalità,
come mezzo di riorganizzare lo Stato stesso. Credere che alla attività
privata illegale si possa contrapporre un’altra attività simile, cioè
combattere l’arditismo con l’arditismo è una cosa sciocca; vuol dire credere
che lo Stato rimanga eternamente inerte, ciò che non avviene mai, a parte le
altre condizioni diverse. Il carattere di classe porta a una differenza
fondamentale: una classe che deve lavorare ogni giorno a orario fisso non può
avere organizzazioni d’assalto permanenti e specializzate, come una classe
che ha ampie disponibilità finanziarie e non è legata, in tutti i suoi
membri, a un lavoro fisso. In qualsiasi ora del giorno e della notte, queste
organizzazioni, divenute professionali, possono vibrare colpi decisivi e
cogliere alla sprovvista. La tattica degli arditi non può avere dunque
per certe classi la stessa importanza che per altre; a certe classi è
necessaria, perché propria, la guerra di movimento e di manovra, che nel caso
della lotta politica, può combinare un utile e forse indispensabile uso della
tattica da arditi. Ma fissarsi nel modello militare è da sciocchi: la
politica deve, anche qui, essere superiore alla parte militare e solo la
politica crea la possibilità della manovra e del movimento. Da tutto ciò che si è
detto risulta che nel fenomeno dell’arditismo militare, occorre distinguere
tra funzione tecnica di arma speciale legata alla moderna guerra di posizione
e funzione politico-militare: come funzione di arma speciale l’arditismo si è
avuto in tutti gli eserciti della guerra mondiale; come funzione
politico-militare si è avita nei paesi politicamente non omogenei e
indeboliti, quindi aventi come espressione un esercito nazionale poco
combattivo e uno stato maggiore burocratizzato e fossilizzato nella carriera. |
Commentiamo il passaggio centrale (in rosso),
facendo riferimento a un episodio di storia recente: i GAP di Feltrinelli e
tutta la prima fase della lotta armata in Italia negli anni 70, che aveva
appunto un carattere difensivo per
battere in breccia propositi eversivi a cui una parte del capitalismo
italiano e corpi dello Stato sembravano (ed erano) orientati. [1] ↓ La questione della
incompatibilità della lotta armata con i tempi del lavoro salariato è un
falso problema, come ha ben dimostrato la Resistenza e poi la lotta del FLN
algerino. Nulla osta che dopo il lavoro, invece di andare a fare una partita
di scopa, ci si possa dedicare al sabotaggio. Sarà poi il livello dello
scontro a decidere se diventa necessario lasciare il lavoro e darsi alla
macchia. Anche il problema dell’inerzia dello Stato va puntualizzato. Lo Stato non è un corpo astratto e non è mai inerte.
Al suo interno combattono forze che dipendono da differenti interessi. Può
capitare che in certe fasi non si giunga a un punto di mediazione e che ci
sia equilibrio delle forze contrapposte, allora subentra un apparente stallo
dello Stato. Ma l’esito viene determinato da ciò che avviene fuori. La marcia su Roma fece abdicare
lo Stato e la sua inerzia fu in realtà complicità con un disegno appoggiato
da forze interne allo Stato stesso. Tornando agli anni 70, è difficile pensare che per quei settori del capitale e della politica, per quei corpi dello Stato e i loro partner internazionali che meditavano una soluzione autoritaria in presenza di un forte movimento legale, il nascere e proliferare, quasi per generazione spontanea, di gruppi d’azione illegali, non abbia rappresentato la variabile che alzava il prezzo da pagare per i loro piani. |
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Se mai, come hanno dimostrato i fatti (sia nel 1945 che in tempi più recenti) il problema è quello di trasformare la resistenza in guerra rivoluzionaria. Un primo problema è il rapporto avanguardia/masse, la capacità di passare da gruppi di guerriglia all'Esercito popolare, ma oltre a questo l'aspetto principale risiede negli equilibri internazionali. Per questa ragione la collocazione nell'orbita sovietica, teorizzata da Feltrinelli, aveva le sue ragioni. | ||
Nell'attuale fase, però, la Cina non sembra dare molto spazio all' internazionalismo.
[1] Guerra
di posizione e di movimento nella lotta armata in Italia. Un tentativo di
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