1.132 L’idealismo attuale e il nesso ideologia-filosofia

 § <132> L’idealismo attuale e il nesso ideologia-filosofia

Ripreso in Q. 10 (XXXIII)

 

 

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L’idealismo attuale fa coincidere ideologia e filosofia (ciò significa in ultima analisi l’unità [da esso] postulata fra reale e ideale, tra pratica e teoria ecc.), cioè è una degradazione della filosofia tradizionale rispetto all’altezza cui l’aveva portata il Croce con le sue «distinzioni». Questa degradazione è visibilissima negli sviluppi che l’idealismo attuale mostra nei discepoli del Gentile: i «Nuovi Studi» diretti da Ugo Spirito e A. Volpicelli sono il documento più vistoso che io conosca di questo fenomeno. L’unità di ideologia e filosofia, quando avviene in questo modo riporta a una nuova forma di sociologismo, né storia né filosofia cioè, ma un insieme di schemi astratti sorretti da una fraseologia tediosa e pappagallesca. La resistenza del Croce a questa tendenza è veramente «eroica»: il Croce, secondo me, ha viva la coscienza che tutti i movimento di pensiero moderni portano a una rivalutazione trionfale del materialismo storico, cioè al capovolgimento della posizione tradizionale del problema filosofico e alla morte della filosofia intesa nel modo tradizionale. Egli resiste con tutte le sue forze a questa pressione della realtà storica, con una intelligenza eccezionale dei pericoli e dei mezzi dialettici di ovviarli. Perciò lo studio dei suoi scritti dal 19 ad oggi è del maggior valore: la preoccupazione del Croce nasce con la guerra mondiale e con la sua affermazione che essa è la «guerra del materialismo storico». La sua posizione «au dessus», in un certo senso, è già indice di tale preoccupazione ed è un allarme (nella guerra «ideologia e filosofia» entrarono in frenetico connubio). Anche in certi suoi atteggiamenti recentissimi (verso il libro del De Man, libro Zibordi ecc.) non possono spiegarsi altrimenti perché molto in contraddizione con le sue posizioni «ideologiche» (pratiche) di prima della guerra.

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Questione, non più di attualità, tra le diverse concezioni di Croce (oggettivo-idealistica) e Gentile (soggettivo-idealistica).

Per Ugo Spirito non c’è alcuna contrapposizio-ne tra individuo e Stato. Superando questa antinomia,, Spirito vede al contrario lo Stato come figura entro cui l'individuo viene progressivamente a realizzarsi. Il binomio Stato/individuo diventa così un'equazione, in cui il secondo termine viene a risolversi e a realizzarsi pienamente nel primo, che si caratterizza non [come] semplice sovrastruttura disciplinatrice, ma come un organismo che esprime un'unica volon-tà e compone tutti i dissidi individualistici.


 

[1] La rivista bimestrale «Nuovi studi di diritto, economia e politica» aveva iniziato le pubblicazioni nel novembre 1927.

[2] Benedetto Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Bari, 1928, pp. 294-295: [i neutralisti] non si davano  a intendere che la guerra che si combatteva fosse una chiara guerra d’idee, tra regimi liberali e regimi illiberali, perché la vedevano, invece, priva o scarsa di motivi ideali e ricca di quelli industriali e commerciali, tutta nutrita di incomposte brame e di morbosa fantasia: una sorta di guerra del “materialismo storico” o dell’”irrazionalismo filosofico”. In una nota a pag, 347 aggiungeva questa citazione da: Guido De Ruggero, La pensée italienne et la guerre («Revue de Métaphisique et de morale» XXIII, 1916, n. 5) Un penseur de chez nous (ero io che lo avevo detto in conversazione) résumait scientifiquement cette conception en disant que cette guerre lui apparait comme “la guerre du matérialisme historique”. L’observation est heureuse et elle donne à penser.  

[3] In una breve recensione al libro Henri De Man, Au dela du marxisme, Croce, elogiandolo, ne raccomandava la traduzione italiana, poi apparsa l’anno successivo, edita da Laterza.  G. Zibordi, Saggio sulla storia del movimento operaio in Italia. Camillo Prampolini e i lavoratori reggiani, Bari, 1930. Citato anche, insieme a quello di De Man in § 157.

 

[a] Ugo Spirito (1896-1979), allievo di Giovanni Gentile. Nel 1925, firmatario del Manifesto degli intellettuali fascisti , teorico del Corporativismo. Docente universitario dal 1934 a Pisa, Messina, Genova e Roma. Alla Sapienza di Roma fu ordinario di Filosofia teoretica a partire dal 1951.

[b] Arnaldo Volpicelli (1892-1968). Allievo di Giovanni Gentile, fu docente prima alle università di Urbino e Pisa e alla Sapienza di Roma di Filosofia del diritto e poi di Dottrina dello Stato. Seguace del pensiero di Santi Romano, Fu, con Ugo Spirito, un teorico del "corporativismo integrale" e direttore delle riviste «Nuovi studi di diritto, economia e politica» (1927-33) e, con Giuseppe Bottai, di «Archivio di studi corporativi» (1933-1935). Epurato dall'insegnamento alla caduta del fascismo, fu poi reintegrato, insegnando alla Facoltà di Scienze politiche fino al 1967.

[c] Henri de Man (1885-1953), dirigente del Parti ouvrier belge (POB), teorico della pianificazione in alternativa al socialismo. Esponente dell’ala sinistra del partito, passa poi alla sua ala di destra. e nel 1940, dopo l’occupazione tedesca, ne decreta lo scioglimento. Fonda un sindacato corporativo, l’Union des travailleurs manuels et intellectuels (UTMI, ma le autorità tedesche diffidano e deve riparare in Svizzera, dove torna anche dopo la Liberazione, per sottrarsi a una pesante condanna per collaborazionismo.

[d] Giovanni Zibordi (1870-1943). Socialista, laureato in storia all'Università di Bologna nel 1892, divenne insegnante di italiano nei ginnasi di Mirandola e Soresina, per poi venire trasferito in Sicilia per motivi disciplinari a causa dell'attività politica svolta. Successivamente insegnò a La Spezia, mentre nel 1901 abbandonò la cattedra per dirigere il giornale «Nuova Terra» di Mantova. Dal 1904, su invito di Camillo Prampolini, passò alla direzione de «La Giustizia» di Reggio nell'Emilia. Qui fu consigliere e assessore comunale e consigliere provinciale. Venne eletto alla Camera dei Deputati nel 1915 e riconfermato nel 1919. All'interno del Partito socialista ebbe posizioni evoluzioniste che lo portarono a contrastare le tendenze di sinistra. Dopo la Grande Guerra collaborò con la rivista riformista «La critica sociale» dove espose un’innovativa analisi della nascita dello squadrismo fascista quale saldatura tra gli ex arditi, le formazioni armate antisciopero degli agrari emiliani e la piccola borghesia delle grandi città. Scampato ad un attentato squadrista nel marzo del 1921, lasciò Reggio Emilia e si trasferì a Roma e poi a Milano. Dopo un fallito tentativo di espatriare a Lugano (1924) e un breve periodo di carcere (1926) lasciò l’attività politica. Dopo una serie di problemi di salute che lo costrinsero all'amputazione di una gamba si trasferì a Bergamo, dove trascorse gli ultimi anni di vita.

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